Carlo Porta, le charmant Carline, come lo chiamava l’amico Stendhal, è stato protagonista al Circolo in una serata all’insegna della letteratura guidata dal professor Giuseppe Meroni che ha accompagnato il pubblico alla scoperta della voce di un grande autore della tradizione italiana, relegato dai più alla nicchia della poesia dialettale.
In realtà Porta, riscoperto all’inizio del ‘900 da Attilio Momigliano e oggetto dello studio attento di Dante Isella, è degno di essere annoverato tra i grandi autori italiani. Un’adolescenza passata in collegio a Monza e in “villeggiatura” a Muggiò (sempre sotto la stretta sorveglianza dei padri Barnabiti); una casa monzese nella via che ancora oggi porta il suo nome; una vita tranquilla da impiegato di banca; una morte precoce conseguenza di eccessi alimentari: questi i tratti biografici di Porta delineati da Meroni che ha poi sottolineato l’importanza del nostro autore leggendo alcuni stralci delle sue opere da cui emergono personaggi intensi e veri come la Ninetta del Verzee e il povero Giovannin Bongee che vivono in una Milano governata dai francesi all’inizio dell’Ottocento.
Un autore che fa della lingua milanese una lingua letteraria con una grande dignità artistica; si cimenta con la traduzione in dialetto di Dante; inventa una particolare forma metrica (il sonetto con “il codone”) e che si impone per la sua forza narrativa e la sua verità.
Ma… cosa c’entra Carlo Porta con la pittura? Forse non molto ma, come dice in alcuni suoi versi, le parole di una lingua:
hin ona tavolozza de color,/ che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bell/ segond la maestria del pittor.
Si può dipingere su una tela, ma anche su una pagina bianca, con una penna e la forza evocativa di parole che sanno dipingere un quadro di viva e autentica realtà.
C.S.





