Fotografia e social: istruzioni per l’uso

Ieri sera, al Circolo Amici dell’Arte di Villasanta, il fotografo e giornalista Max Spinolo ha guidato un incontro dal titolo “Fotografia e social: istruzioni per l’uso”, proponendo una riflessione critica e molto pratica su come sono cambiati fotografia e rapporto con le immagini nell’era dei social network.

Dalla rivoluzione digitale ai social: largo ai giovani

Spinolo ha ricordato come negli ultimi trent’anni la fotografia abbia ricevuto tre “schiaffoni” storici: il digitale, i social e lo smartphone, più un quarto “schiaffetto” rappresentato dall’intelligenza artificiale.
Con il digitale la fotografia “non costa più niente”: si scatta moltissimo, si fotografa di tutto, spesso con meno attenzione, con un calo generale di qualità ma con un enorme lato positivo, cioè l’ingresso dei giovani nel mondo della fotografia.
Il secondo passaggio è l’esplosione dei social, da Facebook nel 2004 fino a Instagram, che hanno trasformato scatti prima destinati a pochi amici in immagini potenzialmente visibili dal pianeta intero.
Il terzo è lo smartphone, che ha messo una macchina fotografica sempre in tasca a tutti, cambiando per sempre il modo di intendere la fotografia.

Social: piazza pubblica e “bancarella”

Spinolo ha insistito sul fatto che “stare sui social” significa sempre esporsi in pubblico: non importa avere 30 o 30.000 contatti, ciò che pubblichiamo è a tutti gli effetti una comunicazione in piazza.
Per spiegare questo concetto ha usato l’immagine del banco al mercato: il profilo è la nostra bancarella, decidiamo noi che “merce” esporre, ma chiunque può vederla e farsene un’opinione.

Ha ricordato che i social non sono affatto gratuiti: il “prezzo” è la quantità di dati personali che consegniamo – gusti, amicizie, abitudini, orientamenti – che vengono raccolti e usati per profilazione e pubblicità mirata.
Tutto questo contribuisce anche alla nostra “reputazione internet”: molte aziende, per esempio, consultano i profili social prima di assumere un candidato.

Vantaggi, rischi e “malattie” dei social

Tra i vantaggi Spinolo ha citato la facilità nel condividere interessi, la possibilità di incontrare persone che altrimenti non conosceremmo, le opportunità professionali e il ruolo positivo per chi ha difficoltà di mobilità o disabilità.
Tra i pericoli (non semplici svantaggi) ha indicato la povertà del dialogo, gli equivoci dovuti a messaggi brevissimi, la pressione delle risposte immediate e il peso della reputazione online.

Sono state ricordate anche vere e proprie “patologie” legate all’uso compulsivo dei social, come il FO.M.O. (Fear of Missing Out), la paura di sentirsi tagliati fuori se non si è costantemente connessi.
Ha sottolineato inoltre lo stress continuo cui sottoponiamo cervello e occhi, che non hanno più momenti di vuoto e riposo perché ogni pausa viene riempita dallo schermo del telefono.​

Consigli pratici per fotografi sui social

Una parte centrale della serata è stata dedicata a suggerimenti pratici per chi pubblica fotografie.

  • Scatta pensando al telefono: i social sono visti quasi solo da smartphone, e spesso in verticale.
  • Il verticale è oggi il formato più efficace: riempie lo schermo e, dato che un’immagine viene guardata in media meno di mezzo secondo, nessuno perde tempo a ruotare il dispositivo per vedere un orizzontale.
  • Le dimensioni: oltre circa 1900 pixel sul lato lungo è inutile salire, perché la piattaforma comprime comunque e non si vedono benefici reali.
  • I formati più adatti ai social: 9:16 e 16:9 per storie e video; quadrato (1:1) e leggermente verticale (4:5) sono quelli più “amati” da Instagram.

Spinolo ha ricordato che gli algoritmi “premiano” immagini tendenzialmente chiare, con tonalità luminose, e che i file troppo pesanti o eccessivamente definiti vengono in ogni caso mortificati dalla compressione.
Ha consigliato sempre un minimo di post-produzione prima della pubblicazione, per alzare la qualità rispetto alla massa di immagini frettolose.

Testi, interazioni, hashtag e storie

Dal punto di vista del linguaggio, il pubblico è ststo invitato a non limitarsi a “buttare lì” la foto senza parole.
È preferibile accompagnare lo scatto con una breve riflessione personale, evitando didascalie ovvie (“Duomo di Milano”) e l’abuso di citazioni famose a favore di qualche parola autentica “di proprio pugno”.

Le interazioni sono fondamentali: l’algoritmo seleziona cosa farci vedere in base a mi piace e commenti, privilegiando fino a circa 150 relazioni significative.
Si può pensare che quando un post viene pubblicato è posto in cima ad un ipotetico mazzo di carte, man mano che passa il tempo scende fino a scomparire nel giro di 15 minuti ma, se qualcuno aggiunge un commento la piattaforma riporta il post “vengono “riportati “in cima al mazzo” e restano visibili più a lungo, per cui una semplice domanda alla fine del testo (la “chiamata all’azione”) può stimolare risposta e discussione.

Sugli hashtag, Spinolo ha messo in guardia dall’uso di tag generici (tipo #tramonto o #paesaggio), ormai saturi di milioni di immagini.
Ha suggerito di includere sempre almeno il proprio nome o profilo tra gli hashtag, così da collegare l’immagine alla propria identità e renderla rintracciabile.

Le storie, che durano solo 24 ore, sono state definite il “pane fresco” dei social, perché rappresentano l’attualità e permettono di vedere chi guarda i contenuti.
Lo stesso meccanismo vale per lo “stato” di WhatsApp, che però, secondo i colleghi citati da Spinolo, rimane lo strumento più discutibile perché parla solo alla ristretta cerchia di numeri in rubrica.

Galateo, buon gusto e temi da evitare

Ampio spazio è stato dedicato a una sorta di piccolo “galateo dei social”, applicato in particolare alla fotografia.

  • Commenti: se una foto piace, è bello dirlo con parole proprie, brevi ma sincere, evitando emoticon esagerate e animazioni “pronte all’uso”.
  • Se una foto non piace, è meglio tacere che criticare pubblicamente: le critiche, se proprio necessarie, andrebbero espresse in privato e con delicatezza.

Spinolo ha indicato tre ambiti che sarebbe meglio lasciare fuori dai social, sia in foto che in post: minori, lutti e salute.
Per i minori in particolare ha ricordato il tema della reputazione futura e il rischio di riuso di immagini innocenti in contesti spiacevoli o addirittura contro la persona.
Pubblicare lutti sui social, pur spesso motivato dal bisogno di conforto o informazione, crea dinamiche di colpa e “ricatto emotivo” verso chi non commenta.
Quanto alla salute, sono dati sensibili: selfie in reparto, esami e diagnosi vengono considerati di pessimo gusto e potenzialmente pericolosi sul piano della privacy.

La foto profilo: la “regina” delle immagini

La fotografia di profilo è stata definita la “regina” delle foto sui social, perché è il primo contatto visivo con chi guarda, ancora di più nei social dedicati agli incontri.
La regola proposta è semplice: in foto profilo dovrebbe esserci solo la persona in questione, non bambini, partner, animali, simboli o immagini altrui.

Mettere foto di figli o del cane comunica che al primo posto, nella scala degli affetti, c’è qualcun altro, e manda un messaggio confuso a chi entra in relazione.
Lo stesso vale per i profili di coppia: suggeriscono mancanza di chiarezza o fiducia, risultando poco convincenti.

Su piattaforme più “leggere” come Instagram, dove l’icona è minuscola, è preferibile un primo piano ravvicinato; su Facebook si può osare un mezzo busto, ma sempre chiaro e riconoscibile.[
Soprattutto nei social per incontri è importante essere se stessi (niente foto di altri) ma in modo curato, gradevole e onesto.

Scenari futuri

Max ha suggerito di continuare a interrogarsi criticamente sull’uso dei social e a trasmettere queste attenzioni soprattutto a figli e nipoti, che oggi “buttano sui social di tutto” e riempiono ogni attimo vuoto di notifiche, a scapito di creatività e consapevolezza